FRANKENSTEIN

Guillermo del Toro torna al cuore stesso del proprio immaginario, in un movimento circolare che lo riporta alle origini della sua poetica: il gotico, l’orrore romantico, le ombre di James Whale e l’eco di Mary Shelley. La scelta di adottare lo sguardo della Creatura, più che quello di Victor, capovolge l’iconografia tradizionale e mette in scena un itinerario di caduta e risalita, dove il vero mostro è il creatore. Jacob Elordi, con un trucco progressivamente meno grottesco e sempre più umano, incarna un essere che, invece di apparire repellente, rivela una bellezza potenziale: la deformità diventa così un riflesso interiore, non esteriore.
Sul piano visivo, marchio di fabbrica del regista messicano, il film offre momenti di notevole potenza: la torre laboratorio, i costumi di Elizabeth, la fisicità della Creatura. Brilla Mia Goth, presenza magnetica e in piena sintonia con l’estetica del film, che avrebbe meritato maggior spazio, Oscar Isaac sorprende negativamente con un’interpretazione opaca, Elordi è il mostro meno mostruoso di sempre. Forse meno ispirato e gotico di quanto avrebbe potuto essere, ma sicuramente più compatto e affascinante del trentennale Frankenstein di Branagh. Per essere una produzione Netflix, nettamente sopra la media (non che ci voglia molto ovviamente…).

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