
Leonberg, al suo esordio, trasforma quella che potrebbe sembrare un’idea da corto o da sketch (“l’horror visto da un cane”) in un film sorprendentemente toccante, in cui la lealtà animale diventa una metafora della devozione cieca, persino autodistruttiva. Attraverso lo sguardo di Indy – privo di parole ma carico di emozione – la storia assume una dimensione quasi infantile: quella di un essere fedele ma incapace di comprendere la follia del proprio amato umano, costretto a seguirlo nella sua discesa verso la rovina.
Girato con pochissimi mezzi e senza effetti digitali, Good Boy riesce a reinventare i cliché del genere, usando la prospettiva animale per dare nuova vita a momenti classici come l’esplorazione del buio o la scoperta del male domestico. Leonberg infonde nel racconto un sottotesto di trauma familiare e corruzione ereditaria, ma senza forzature simboliche, preferendo un tono malinconico e sincero.
Il limite è la durata: anche in soli 73 minuti, il film talvolta si ripete e mostra la fragilità di una sceneggiatura esile. Tuttavia, la regia dimostra intelligenza, sensibilità e controllo del tono – qualità rare nel panorama horror contemporaneo – e lascia intravedere un autore promettente. Il finale, triste e poetico, suggella un’opera piccola ma memorabile: un tributo alla fedeltà, alla perdita e a un “bravo ragazzo” che, anche nell’orrore, resta tale fino alla fine.