
Il film mostra come la perdita della terra si traduca in una frattura identitaria che attraversa le generazioni. Dabis non costruisce un racconto politico diretto, ma un mélo intimo e popolare, centrato sul dolore, sulla memoria e sulla sopravvivenza emotiva. Mostra che quelle case oggi occupate da famiglie israeliane avevano una storia, radici e volti, cancellati dalla violenza e dal tempo. Le parti ambientate tra il ’48 e il ’78 sono le più intense; la sezione contemporanea, più frammentaria, fatica a mantenere lo stesso spessore. Interessante è la rappresentazione del mondo israeliano: i soldati restano figure di oppressori, i civili (medici a parte) appaiono come inconsapevoli complici, incapaci di percepire l’ingiustizia di cui beneficiano. La regista – che interpreta anche Hanan, moglie di Salim – evita l’invettiva e preferisce un tono dolente, fatto di piccoli gesti, memorie e assenze. Candidato all’Oscar come miglior film internazionale per la Giordania.