TUTTO QUELLO CHE RESTA DI TE

Terzo film dell’attrice e regista Cherien Dabis, statunitense di origini palestinesi, Tutto quello che resta di te racconta attraverso una saga familiare quasi ottant’anni di esilio e resistenza palestinese. Dabis intreccia tre epoche e tre generazioni: Sharif, costretto nel 1948 a lasciare la sua casa e gli aranceti di Giaffa dopo l’occupazione israeliana; suo figlio Salim, rifugiato in Cisgiordania, insegnante e poeta; e il nipote Noor, cresciuto nel campo profughi, testimone della prima Intifada del 1987.
Il film mostra come la perdita della terra si traduca in una frattura identitaria che attraversa le generazioni. Dabis non costruisce un racconto politico diretto, ma un mélo intimo e popolare, centrato sul dolore, sulla memoria e sulla sopravvivenza emotiva. Mostra che quelle case oggi occupate da famiglie israeliane avevano una storia, radici e volti, cancellati dalla violenza e dal tempo. Le parti ambientate tra il ’48 e il ’78 sono le più intense; la sezione contemporanea, più frammentaria, fatica a mantenere lo stesso spessore. Interessante è la rappresentazione del mondo israeliano: i soldati restano figure di oppressori, i civili (medici a parte) appaiono come inconsapevoli complici, incapaci di percepire l’ingiustizia di cui beneficiano. La regista – che interpreta anche Hanan, moglie di Salim – evita l’invettiva e preferisce un tono dolente, fatto di piccoli gesti, memorie e assenze. Candidato all’Oscar come miglior film internazionale per la Giordania.

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