BLUE MOON

Richard Linklater ambienta Blue Moon, il suo ventitreesimo film, Il 31 gennaio 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, mentre a Broadway va in scena Oklahoma!, primo musical di Rodgers e Hammerstein: un dramma da camera ambientato nel bar Sardi di New York, durante la festa per quella prima, dove il paroliere Lorenz “Larry” Hart (Ethan Hawke, che ha la nomination in tasca) – già ombra di sé stesso, distrutto dall’alcol e dalla malinconia – tenta di rimanere vivo parlando, ricordando, dissacrando. Lontano da ogni biopic tradizionale, Blue Moon inizia dalla fine: Hart è già un fantasma, narratore di sé come Joe Gillis in Viale del tramonto. L’azione, girata quasi in tempo reale, si svolge in un unico spazio teatrale, tra battute scintillanti e confessioni febbrili. Come spesso in Linklater, il dialogo diventa ritmo vitale, resistenza contro l’oblio. Hart, che ha scritto versi immortali come Blue Moon o My Funny Valentine, si aggrappa alle parole per non essere cancellato dall’industria dello spettacolo e dal tempo. Con il suo stile fluido e verbale, il regista texano costruisce un film di pura presenza: un’after hours malinconica, sospesa tra Lubitsch e Cukor, dove la conversazione diventa atto di sopravvivenza…

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