A HOUSE OF DYNAMITE

Un ordigno nucleare non intercettato, lanciato da un paese ignoto, è prossimo a colpire Chicago…che fare?
Grandissimo ritorno per Kathryn Bigelow, che firma uno dei migliori film della sua carriera, uno dei film dell’anno e il migliore di sempre tra quelli made in Netflix. L’esplosione, l’attacco, l’immagine apocalittica restano fuori campo. Ciò che interessa è il momento sospeso: l’attimo in cui chi detiene il potere deve decidere se premere un bottone o attendere, se fidarsi delle macchine o dell’istinto. La regista ambienta tutto in un presente senza coordinate precise. Nelle stanze del potere — il Pentagono, la Casa Bianca, i centri di comando — si rincorrono protocolli, voci, allarmi che si contraddicono. Il presidente (un magistrale Idris Elba) appare impotente come chiunque altro, travolto da una crisi che mette in dubbio la stessa idea di controllo. Bigelow costruisce il film come un prisma: la stessa scena si ripete da tre prospettive — militari, analisti, governo — con minimi scarti di linguaggio e tensione. Ogni ripetizione erode la certezza precedente, l’attacco nucleare non è più una minaccia esterna, ma il sintomo di un sistema che implode su sé stesso. Girato con asciuttezza chirurgica, A House of Dynamite non mostra “l’eroismo” (anzi) ma l’imbarazzo del potere, la vulnerabilità della specie che crede di potersi difendere distruggendo. “Viviamo tutti in una casa imbottita di esplosivo”, suggerisce il film, “e fingiamo di non sentire il ticchettio”. Come suggeriva The Hurt Locker, del resto, non c’è più differenza tra la guerra e la sua attesa.

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