THE SMASHING MACHINE

Nel raccontare un piccolo pezzo della storia di Mark Kerr, icona delle MMA tra fine anni ’90 e inizio 2000, Benny Safdie, al primo lungometraggio da solista senza il fratello Josh, evita il biopic canonico: più che la carriera, interessa il contrasto tra forza e fragilità, l’illusione di invincibilità e la realtà di un corpo che si consuma. Tutta la parte prettamente sportiva è ottima: 16mm granoso, macchina a mano, zoom nervosi, vicinanza fisica quasi imbarazzante. Safdie filma corpi come se li toccasse: il sudore, le cicatrici, la stanchezza, l’agonia dopo l’allenamento. Questo sguardo non è semplice osservazione, ma presenza costante, parte della lotta stessa. Mento convincenti i momenti “di coppia”: accanto a Kerr c’è Dawn (Emily Blunt), compagna affettuosa ma incapace di trovare un posto stabile in quella relazione: il film tenta di darle spazio, ma finisce per ridurla a un ruolo ripetitivo, sempre schiacciato dal conflitto, fino a scomparire senza una vera evoluzione. Davvero bravo Dwayne Johnson, che abbandona definitivamente la maschera del divo d’azione e offre una prova fisica e vulnerabile, segnata da dolore, dipendenze e smarrimento.
Il risultato finale è un film che si muove tra documentario emotivo e tragedia intima, meno esplosivo di Good Time o Uncut Gems, ma più umano e dolente. Non l’epica di un campione ma il racconto di un uomo che conosce solo un modo per esprimersi — col corpo — e ne paga il prezzo.

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