DJ AHMET

Ahmet è un quindicenne costretto dal padre a lasciare la scuola e occuparsi delle pecore di famiglia. In un ambiente governato da religione, tradizione e un patriarcato inflessibile, la sua unica via di fuga è la musica elettronica. Le ritmiche pulsanti lo aiutano a sopportare il peso della routine e, soprattutto, lo avvicinano ad Aya, una ragazza del posto che sogna di andarsene prima di essere data in sposa.
Durante una notte in cui la curiosità lo spinge fuori dal gregge (letteralmente: le pecore lo seguono), Ahmet finisce a un rave clandestino, diventando inaspettatamente una piccola celebrità locale. Da qui prende forma un racconto di formazione piuttosto lineare: il ragazzo cerca di emanciparsi dall’autorità paterna, mentre l’amicizia con Aya si trasforma in un legame più profondo. Accanto a tutto ciò, la musica diventa una forza vitale in una famiglia segnata dal lutto, come dimostra anche il fratellino Naim, che ha smesso di parlare ma balla ogni volta che può. Il film alterna ironia e tenerezza, osservando con leggerezza certi rigidi costumi religiosi senza cadere nella caricatura. Visivamente, grazie alla fotografia di Naum Doksevski, i paesaggi agricoli brillano in una luce morbida e dorata, mentre le scene di ballo assumono un tono sospeso, quasi sognante. Girato con un cast perlopiù non professionista, DJ Ahmet si regge soprattutto sulla spontaneità del giovane Arif Jakup, che dà al protagonista una dolcezza testarda da ribelle inconsapevole. Ahmet non è davvero un DJ, ma fa la cosa più importante: non smette mai di tenere il ritmo.

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