
Il film evita il tono museale: non vuole celebrare un mito intoccabile, ma mostrare come l’energia ribelle della nouvelle vague possa ancora illuminare il presente. Attraverso gli incontri di Godard con figure come Truffaut, Chabrol, Rossellini o Melville, la pellicola diventa una riflessione sulla disobbedienza artistica e sull’urgenza di inventare un nuovo linguaggio. Linklater usa il passato come scintilla: non per replicarlo, ma per ricordare che il cinema vive quando rompe le regole.
Girato quasi interamente in francese, il film si fa dichiarazione politica oltre che cinefila: un invito a tornare a un cinema agile, libero e antigerarchico, proprio come quello che nel 1960 rivoluzionò tutto. In questo senso, Nouvelle Vague non è un omaggio, ma un manifesto per una nuova possibile rivoluzione dello sguardo.