CLEO DALLE 5 ALLE 7

Cléo, cantante pop preoccupata da una possibile diagnosi di malattia, vaga per Parigi mentre l’orologio scorre davvero: la durata del film coincide con quella del suo pomeriggio, un’ora e mezza di incertezza e paure. Cléo dalle 5 alle 7 è uno dei film che meglio mostrano come Agnès Varda sappia trasformare il tempo in materia narrativa. L’opera si apre con una lettura dei tarocchi, unica sequenza a colori, che introduce subito il tema cardine: il tempo come percezione, ansia, attesa. Da quel momento la regista costruisce un racconto che procede per frammenti, come farà la Nouvelle Vague, muovendosi tra pensiero, spazio urbano e stati d’animo.Varda usa il bianco e nero per farci entrare nella sua interiorità, tra specchi, maschere, parrucche e ruoli che la protagonista indossa per nascondere il terrore che la divora. Solo quando abbandona gli artifici – letteralmente spogliandosi di trucco e abiti da “personaggio” – Cléo inizia a guardarsi per ciò che è. Il punto di svolta arriva con l’incontro con Antoine, un giovane soldato in partenza per l’Algeria. Nella loro breve passeggiata nasce una tenerezza sospesa, una piccola tregua alla paura che accompagna entrambi. Questo finale, fatto di primi piani e di tempo che sembra rallentare, suggella la trasformazione di Cléo: non più immagine da esibire, ma persona che riacquista voce e presenza. Varda filma così l’attimo in cui un’esistenza cambia direzione, con leggerezza e profondità insieme, restituendo al cinema la sua capacità più rara: far sentire il tempo.

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