TRAIN DREAMS

Capolavoro.
Clint Bentley trae linfa dal romanzo di Denis Johnson e compone un western elegiaco che sembra respirare lo stesso ossigeno di Malick, di Reichardt, persino dei primi Jarmusch: cinema contemplativo, ferito e luminoso.
Al centro c’è Robert Grainier, che Joel Edgerton interpreta con una misura quasi ascetica. Cresciuto fra boschi smisurati dell’Idaho, Robert è uno di quei lavoratori che costruiscono il progresso senza mai appartenervi davvero: taglia alberi, posa binari, assiste alla colonizzazione dell’ultimo lembo di natura selvaggia da parte delle ferrovie. È un uomo che vive nel punto esatto in cui un’epoca finisce e un’altra prende forma, e tutto ciò che conosce viene lentamente inghiottito dalle macchine, dal rumore, dall’idea stessa di “modernità”. L’unico riparo emotivo arriva con Gladys (una Felicity Jones delicata come una piuma su un vetro appannato): una casetta di legno, un ruscello, una bambina che nasce. Un’oasi minuscola e fragile che dura quanto dura la buona sorte nel West: pochissimo. Quando la natura si ribella – o forse è solo il destino che si diverte a colpire i più miti – Grainier perde ciò che gli era più caro. Da quel momento la sua vita si tende come un filo sottile fra memoria, lutto e un bisogno quasi animalesco di ritrovare un senso nella solitudine. Bentley dirige come chi maneggia qualcosa di sacro: gesti misurati, tempi larghi, un pudore che dialoga con la magnificenza della fotografia di Adolfo Veloso. Ogni inquadratura è una pagina di un diario malinconico: foreste che paiono santuari, cieli che sembrano trattenere il respiro, la scia di una locomotiva che sega in due il paesaggio come un presagio. Train Dreams è un western dell’anima, una meditazione sulla frattura tra uomo e natura, sull’invecchiamento di un mondo e sulla difficoltà di restare vivi dentro il proprio dolore.

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