TO KILL A MONGOLIAN HORSE

Esordio nel lungometraggio della regista mongola Xiaoxuan Jiang, presentato alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia, è un requiem malinconico per una civiltà pastorale in via d’estinzione. Attraverso la figura di Saina, vero mandriano chiamato a interpretare la propria vita, il film immortala la lenta dissoluzione del mondo nomadico della Mongolia Interna, travolto da forze convergenti: il clima che muta e desertifica, l’avanzare di industrie estrattive pronte a sfigurare il paesaggio, e un turismo cinese invadente, che riduce un’eredità millenaria a mero spettacolo folclorico da consumare. Il percorso del protaognista si chiude con un’immagine di struggente potenza: un uomo a cavallo, inghiottito dal traffico cittadino. Un fotogramma che, nella sua semplicità, sancisce la frattura irreparabile tra l’antico e il presente, tra la libertà della steppa e l’asfissia del progresso. Jiang offre un elegiaco saluto a un mondo che si spegne, affidando alla splendida fotografia e alle immagini la forza di un lamento silenzioso, più incisivo di qualsiasi denuncia.

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