LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI

Tre donne, madre e due figlie, si arrabbattono per sopravvivere in una Taipei colorata, vicace e caotica.
Girato in gran parte con iPhone e costruito su fluidi long take, il film, sostenuto creativamente e produttivamente da Sean Baker (di cui recupera la dimensione “di strada” tipica delle sue prime opere)
combina un realismo quasi documentaristico con l’estetica luminosa del cinema taiwanese degli anni Ottanta. Spicca il personaggio della piccola I-Jing (fantastica la piccola attrice), ostacolata da un nonno che considera la sua mancinanza un difetto da estirpare, che sviluppa comportamenti devianti come forma di ribellione e autodifesa. Le sue fughe per la città mostrano un tessuto urbano diseguale e stratificato, mentre la sorella maggiore cerca spazi di emancipazione in una società che relega le donne ai margini. Attorno a loro si muove un coro di figure femminili che riflettono la difficoltà di vivere in una società ancora rigidamente sbilanciata: la nonna che si immischia in traffici migratori pur di sentirsi utile, la moglie tradita che arriva a pagare pur di avere un figlio maschio, le “coconut girls”, sintomo di un’economia che mercifica giovinezza e corpo femminile con noncuranza. Pur approdando a un terzo atto più convenzionale, e forse un po’ affollato di rivelazioni, il film conserva un’autenticità di sguardo rara: Tsou Shih-Ching si dimostra regista dall’empatia calda e diretta, capace di far emergere un’umanità ferita ma non doma, che (soprav)vive in una Taipei contraddittoria, tenera e brutale. Candidato per Taiwan come miglior film internazionale agli Oscar 2026.

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