SENTIMENTAL VALUE

Joachim Trier torna a interrogare le fragilità dei legami familiari attraverso una lente elegante e dichiaratamente nordica, collocando il film nell’alveo di una tradizione che va da Ibsen a Bergman, filtrata però da una leggerezza malinconica che richiama certa commedia psicologica alla Woody Allen. La vicenda prende avvio dalla morte della madre di Nora e Agnes, che lascia in eredità una dimora carica di memorie. È proprio questa casa, quasi un personaggio silenzioso (straordinario l’incipit del film, in questo senso), a riattivare l’apparizione del padre assente, Gustav Borg, celebre regista che vede nell’abitazione il set ideale per il suo ritorno artistico. La richiesta, sconveniente e improvvisa, di coinvolgere Nora nel progetto riapre ferite mai rimarginate. Il castello emotivo si complica quando l’attrice americana Rachel Kemp entra in scena, trasformando la dinamica familiare in un gioco di specchi e sostituzioni che riflette l’impossibilità di una comunicazione diretta. Trier dosa abilmente ironia e gravità, orchestrando un racconto sul rapporto fra arte e identità: Gustav crea per avvicinarsi agli altri, Nora recita per evadere da sé stessa. Entrambi, tuttavia, si trovano imprigionati in un sistema di rappresentazioni che finisce per sostituire la vita, più che illuminarla. A emergere come punto fermo è il vincolo tra le due sorelle, l’unico spazio non contaminato dalla retorica artistica e dall’ego paterno. Con costruzione rigorosa, invenzioni formali e un cast in stato di grazia (straordinaria Elle Fanning), Sentimental Value diventa un raffinato apologo sull’impervia arte di volersi bene. Candidato della Norvegia a miglior film internazionale agli Oscar 2026, ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al 78º Festival di Cannes.

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