
Rian Johnson dimostra la sua padronanza del murder mystery, ma stavolta sceglie di spingere la saga di Knives Out verso territori più oscuri e ambiziosi. Dopo ambientazioni iconiche ma ludiche, il regista colloca il nuovo enigma all’interno di una chiesa, luogo fondativo del giallo classico, trasformandolo però in uno spazio di conflitto morale e spirituale. L’ironia lascia spesso il posto a un’atmosfera grave e meditativa, in cui l’indagine sull’omicidio si intreccia a una riflessione sulla fede, sul fanatismo e sul bisogno umano di credere. Al centro c’è don Jud, interpretato con grande verve da Josh O’Connor, prete giovane e idealista, che regge sulle spalle, al netto del resto del gran cast, gran parte del film prima dell’ingresso “tardivo” di Benoit Blanc. Daniel Craig, qui più dimesso e malinconico, offre al detective una profondità inedita, rendendolo partecipe dei dilemmi etici messi in scena. Sul piano formale, Johnson conferma il suo virtuosismo: l’uso espressivo della luce, le atmosfere gotiche e la cura dell’inquadratura non sono semplici ornamenti, ma strumenti narrativi a tutti gli effetti. Pur restando un giallo costruito con precisione Wake Up Dead Man è soprattutto un film che interroga il senso della fede e della bontà umana. Una reinvenzione audace del genere, capace di sorprendere per serietà e profondità senza rinunciare all’intelligenza della forma.