SOUL

Dopo aver dato forma cinematografica al paesaggio emotivo della mente in Inside Out, Pete Docter – affiancato alla regia da Kemp Powers – sposta l’indagine su un piano ancora più radicale con Soul, film che tenta di risalire all’origine stessa dell’identità individuale. Presentato come apertura della quindicesima Festa del Cinema di Roma e destinato da Disney a un’uscita esclusivamente domestica su Disney+, il film si configura come un’opera stratificata: classica nella sua architettura narrativa, ambiziosa sul piano filosofico, seducente nella resa visiva. E, a tratti, anche sottilmente perturbante.
Senza ricorrere a riferimenti religiosi, Soul affronta il tema dell’oltre-vita ancorandosi a una tradizione umanistica che guarda tanto a Frank Capra quanto alla spiritualità laica di Powell e Pressburger. Il risultato è un’estetica rarefatta e luminosa, che conferma la vocazione Disney-Pixar per un cinema capace di coniugare accessibilità e astrazione, spingendosi però qui verso una dimensione quasi estatica.
Il protagonista è Joe Gardner, insegnante di musica di scuola media e jazzista mancato, che intravede finalmente l’occasione della vita prima di morire in modo tanto improvviso quanto beffardo. Il suo viaggio lo conduce in un limbo pre-esistenziale in cui le anime vengono “preparate” alla vita attraverso il ritrovamento di una scintilla identitaria. Qui Joe incontra l’anima ribelle numero 22, riluttante a incarnarsi e a fare esperienza del mondo. Il loro incontro genera un doppio percorso formativo, che culmina in uno scambio di corpi tanto comico quanto rivelatore, con New York e il jazz a fare da sfondo e da motore emotivo.
Il jazz, in Soul, non è solo una passione o un mestiere: è una metafora fondativa. Linguaggio collettivo e insieme individuale, spazio dell’armonia e dell’assolo, diventa il riflesso di una visione profondamente americana dell’esistenza, sospesa tra affermazione del singolo e responsabilità verso la comunità. In filigrana emerge però anche una questione più problematica: quella della “scintilla” come talento predestinato, eco di una cultura protestante e calvinista che lega il valore dell’individuo a una vocazione innata. A riequilibrare questa tensione interviene il film stesso, celebrando le epifanie minime del quotidiano, le piccole percezioni che restituiscono senso all’esistenza al di là del successo o della realizzazione professionale.
Se sul piano narrativo Soul appare più rigido e meno libero rispetto all’invenzione concettuale di Inside Out, è sul fronte audiovisivo che il film trova la sua massima espressione. Le sequenze ambientate nell’oltre-mondo, accompagnate dalle composizioni elettroniche di Trent Reznor e Atticus Ross, offrono visioni di grande originalità: figure astratte, trasparenze iridescenti, geometrie mobili che fondono disegno e tridimensionalità, non senza richiami all’animazione essenziale di Cavandoli.

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