
Dopo la sparizione della moglie, Fernando, insegnante di geografia, perde ogni orientamento e si lascia spingere lontano dalla propria vita. In Portogallo finisce per assumere un’identità non sua e rifugiarsi in una grande tenuta come giardiniere, trasformando l’equivoco in una tregua esistenziale. Il film di Avelina Prat segue questa deriva senza dramma né enfasi, affidandosi alla lentezza, agli spazi, ai gesti quotidiani e ai silenzi per raccontare una ricostruzione fragile e provvisoria.
La villa diventa così un luogo di sospensione più che di arrivo: non radice, ma possibilità; non redenzione, ma esercizio di permanenza. Attraverso relazioni misurate, un lavoro concreto e un tempo che si distende, l’identità di Fernando resta in bilico, mai chiarita né risolta. La villa portoghese osserva l’idea di casa e di appartenenza come qualcosa che si inventa per necessità, mostrando come, a volte, sopravvivere significhi abitare una forma temporanea di sé. Un film che parla di ripartenze, nuovi inizi, speranze nel futuro, un toccasana per i depressi da questo mondo orribile.