
Phillip Vandarploeug, attore statunitense trapiantato in Giappone, sopravvive ai margini dell’industria grazie al ricordo sbiadito di uno spot pubblicitario che un tempo lo aveva reso riconoscibile. Incapace di ottenere ruoli veri, finisce per accettare quasi per inerzia un impiego alla Rental Family, l’agenzia guidata da Shinji che affitta interpreti per sostituire parenti, amici o presenze sociali mancanti. Ma che succede se ci si affeziona davvero ai clienti?
E’ sempre difficile conciliare oriente e occidente, anche al cinema, ma grazie alla regia misurata di Hikari, a una sceneggiatura malinconica e precisa scritta con Stephen Blahut e a un cast sorprendentemente in sintonia, Rental Family funziona e convince, trasformandosi in un racconto delicato, riflessivo e attraversato da una dolcezza mai ingenua. Fin dalle prime battute, il film accetta la propria vena sentimentale, a tratti quasi classica, ma la accompagna sempre con una lucidità morale che impedisce allo spettatore di sentirsi troppo al sicuro. Un racconto sulle maschere quotidiane, sulle bugie necessarie e sul momento in cui recitare non basta più.