
In un Friuli innevato e marginale, dentro un paese minerario alla deriva, Petra e Jure – sorella e fratello – sopravvivono ai margini. Lei sogna di fuggire portando con sé lui; lui, più fragile e disallineato, vuole adottare un cane, perno di tutta la storia. Attorno a loro una povertà diffusa, una madre affetta da demenza, e la decomposizione morale di una comunità già in frantumi…
Anche l’Italia ha il suo (piccolo) Fargo.
Pur muovendo i primi passi su coordinate da commedia, Ultimo schiaffo vira progressivamente verso il noir, lasciando che il gelo dell’ambiente e quello dei rapporti umani prendano il sopravvento. I personaggi sono figure sconfitte che tentano una rimonta disperata, senza alcuna garanzia di riuscita. La scrittura alterna momenti più facili a un’amarezza di fondo che diventa il vero motore del racconto: l’umanità non viene cercata nella luce, ma nelle zone d’ombra, dove la dignità è una conquista quotidiana e mai definitiva.
Il film trova la sua forza nei protagonisti e nelle pazzesche interpretazioni di Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta, che rendono credibile e doloroso questo tentativo di resistenza. Oleotto, insieme agli sceneggiatori Pier Paolo Piciarelli e Salvatore De Mola, attraversa i generi con misura e riesce a costruire un cinema medio raro oggi: popolare senza essere compiacente, cupo senza cinismo, capace di raccontare l’umano senza rifugiarsi nella retorica. Un risultato tutt’altro che scontato