MARTY SUPREME

“Marty Supreme” è il soprannome che il giovane Marty Mauser si è scelto per darsi un tono: vent’anni scarsi, occhiali tondi, una parlantina instancabile e l’ossessione per il ping pong. Di giorno infila scarpe ai piedi delle clienti nel negozio dello zio, ma la sua mente è altrove: vuole racimolare i famosi 700 dollari necessari per volare a Londra e giocarsi il Mondiale…
Josh Safdie, accompagnato dalla fotografia analogica e densa di Darius Khondji, costruisce un film che sembra respirare a scatti: un cinema nervoso, pulsante, pieno di frammenti che ricordano Welles, Wilder, i Coen, Kubrick. Scorrono sequenze grottesche e irresistibili, il cast è il più WTF degli ultimi tempi (Abel Ferrara, Fran Drescher, David Mamet, Philippe Petit) ma il cuore del film è è Timothée Chalamet, nel ruolo della vita (per ora…), un corridore senza fiato, sempre un passo oltre i propri limiti. Marty Supreme diventa così un racconto sul desiderio di emergere in un Paese che proclama il mito dell’autorealizzazione ma lo pratica con brutalità. Marty non è un eroe e non diventerà un gigante: è uno dei tanti americani stanchi, fallibili, ostinati, che continuano a correre anche quando la corsa non porta da nessuna parte. Ed è proprio questa umanità spigolosa, non i campioni, ma i perdenti, che Safdie restituisce con forza in un film rumoroso, sudato, pieno di vita (e che colonna sonora!).

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