
“Di chi sono i nostri giorni”?
De Santis, interpretato da un Toni Servillo molto misurato, non è un politico di razza ma un vecchio giurista, autore di un mattone di diritto penale e poco avvezzo ai riti del potere. Il film segue soprattutto la sua progressiva esposizione al dubbio: la firma contestata su una legge sull’eutanasia, due richieste di grazia, la figlia Dorotea che non crede più nei rituali istituzionali, il mistero di un tradimento nel suo passato remoto…
Ritorno in grande spolvero per Sorrentino che firma un film proteiforme, contemporaneo, sagace e capace, più che di certezze, di evocare domande, dubbi, riflessioni. Questo Presidente, a differenza degli uomini di Stato raccontati da Sorrentino in passato, non domina la scena: la abita, la consulta, la sonda. L’autore rinuncia al suo solito apparato visionario (anche se qualche lampo rimane, come il “papa nero” che sfreccia via in scooter, il rap di Guè e la tempesta che si abbatte sul povero pari grado portoghese) e opta per un film quasi da camera, dove l’essenziale è il confronto con la galassia di soggetti che lo circondano mattina e sera. Il potere serve a poco se non mette in moto un gesto d’umanità e la cosa più importante è avere qualcuno che ti vuole bene e che, all’occorrenza, sa dirti di “non rompere il cazzo”…