
Un autore in crisi – un bravissimo Paul Marquet – abbandonati i compensi sicuri del mestiere fotografico, si ritrova schiacciato dalla fragilità economica della scrittura. Per sopravvivere aderisce a un’app che distribuisce mansioni di fortuna come in un mercato al ribasso permanente, dove ogni incarico si conquista solo accettando tariffe sempre più umilianti e sottostando al giudizio mutevole dei clienti. La spirale è chiara: non una lotta verticale, ma una guerra orizzontale tra lavoratori costretti a contendersi briciole. Il tema del lavoro precario nell’era delle piattaforme, dove l’antica dialettica tra capitale e manodopera si incrina in una competizione fratricida tra individui lasciati a galleggiare nell’arbitrio algoritmico è quindi centrale, ma non unico. Donzelli costruisce un racconto che alterna malinconia e asprezza, rivelando un protagonista fermo nella propria scelta fino all’autosabotaggio e inserito in una struttura narrativa che procede per prove successive fino a un inevitabile scioglimento emotivo. Ancora più incisiva è la riflessione sulla visione: il film è disseminato di brevi epifanie visive, quasi “appunti filmati” che assomigliano a fotografie in movimento. Paul osserva, cattura frammenti, registra ciò che gli sfugge nella scrittura. È un “occhio” in perenne attività, anche quando la penna tace. Solo alla fine si comprende che la sua lunga traversata non è altro che il libro che stava tentando di comporre: immagine e parola finalmente si sovrappongono, rivelando che l’opera cui assistevamo era, in fondo, la sua stessa redenzione narrativa