HAMNET

Hamnet si inserisce nel filone delle fantasie biografiche su Shakespeare, ma lo fa da un’angolazione diversa: il centro non è il Bardo, bensì la sua famiglia, soprattutto la moglie Agnes, interpretata da Jessie Buckley, e il figlio perduto che dà il titolo al film. Paul Mescal presta al giovane Will un’intensità più emotiva che intellettuale, mentre Zhao sceglie di allontanarsi dalle atmosfere teatrali londinesi per concentrarsi su un’Inghilterra rurale, sospesa tra superstizioni, erbe curative e un patriarcato piegato solo dalla solidarietà femminile.
La prima parte del racconto vive quasi tutta dentro gli spazi domestici, dove la vita dei campi convive con l’ombra crescente della peste, ritratta da Zhao come una frattura violenta tra un mondo arcaico e un tempo nuovo che avanza. Agnes, figura quasi medianica, incarna questa soglia: è più radicata e più moderna di tutti gli altri, e diventa inconsapevolmente il ponte attraverso cui Shakespeare imparerà a dare forma artistica al dolore.
È però nella parte finale che il film trova la sua ragione d’essere. Agnes assiste alla prima di Amleto in un teatro all’aperto, scoprendo che la tragedia che la riguarda da vicino è stata trasformata da Will in materia scenica. Quando l’attore che interpreta il principe di Danimarca le stringe la mano dal palco, Zhao costruisce un’immagine potente: l’arte come luogo di passaggio dell’energia umana, come spazio condiviso dove il lutto viene trasfigurato in racconto.

Lascia un commento