CARANDIRU

Héctor Babenco, con Carandiru, nel 2003 tornò a visitare i territori narrativi che l’avevano reso celebre negli anni ’80: i margini sociali, il carcere, le vite spezzate che però conservano una scintilla di umanità. Il film prende forma attraverso lo sguardo di un medico mite e comprensivo, ispirato al dottor Drauzio Varella e interpretato da Luiz Carlos Vasconcelos. Chiamato per spiegare ai reclusi i rischi dell’AIDS, finisce per diventare il confidente delle figure più improbabili e colorite del penitenziario, tutte ribattezzate con soprannomi che sembrano usciti da un romanzo picaresco. A turno gli raccontano le loro vite, e Babenco costruisce un mosaico di episodi che mescola grottesco, violenza domestica, piccoli drammi e grandi tragedie. A differenza dell’ipercinetico City of God, che trasformava Rio in un vortice visivo, Carandiru procede con calma, quasi con solennità. I detenuti sfilano davanti al medico come personaggi di un teatro popolare, e ogni flashback ci catapulta fuori dalle mura della prigione, in una sequenza di avventure criminali talmente vivide da sembrare piccoli film nel film. Sono proprio questi ritorni al passato a dare energia all’opera: episodi scatenati, a volte assurdi, che mostrano il talento di Babenco nel raccontare l’eccesso e il caos. La prigione, con la sua quotidianità monotona, non suggerisce mai veramente l’imminenza del massacro del 1992, ma forse è proprio questo il punto del film: il caos può scattare all’improvviso, senza logica apparente, come se fosse una forza sotterranea sempre pronta a riaffiorare. E quando la violenza esplode, Babenco la dirige con una lucidità impressionante, seguendo il passaggio dal litigio più futile a una carneficina repressa con ferocia militare. Il film si chiude con immagini reali della demolizione del carcere: un crollo che sembra quasi il finale malinconico di un’antica epopea. Un’opera poderosa, quindi, diretta con energia e sensibilità, capace di trasformare un episodio di cronaca nera in un affresco umano che alterna brutalità, ironia e compassione.

Lascia un commento