GOOD LUCK, HAVE FUN, DON’T DIE

Ritorno alle origini per Gore Verbinski, dopo il flop di The Lone Ranger e l’ambizioso ma poco amato A Cure for Wellness, con un film eccessivo, barocco, caotico, imperfetto ma simpatico.
La premessa è semplice ma efficace: un uomo (Sam Rockwell, nervoso e carismatico) entra in una tavola calda dichiarando di venire dal futuro, dove la dipendenza dagli smartphone ha favorito il dominio dell’intelligenza artificiale. Deve reclutare un gruppo di sconosciuti per impedire la catastrofe. Da qui si dipana un racconto che mescola Terminator 2, Black Mirror, The Matrix e suggestioni alla Everything Everywhere All at Once, tra salti temporali, missioni fallite e derive distopiche.
Verbinski spara alto, forse troppo. L’odio per l’AI e per l’alienazione digitale è il cuore politico del film, e funziona quando resta ancorato alle conseguenze umane: insegnanti sopraffatti da studenti iperconnessi, lutti elaborati tramite tecnologia, vite mediate dallo schermo. Questi frammenti sono più incisivi della trama principale, che a tratti si perde in un accumulo di idee, creature grottesche e sequenze sopra le righe. La durata davvero eccessiva e l’estetica “tutto al massimo” rischiano di soffocare le intuizioni più sottili. Eppure, nel disordine, si avverte un’energia sincera e si apprezza un’opera personale, irrequieta, ostinatamente umana nel suo caos.

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