MAGELLAN

Lav Diaz non fa sconti nè al pubblico nè al suo protagonista: il viaggio di Magellano (l’attraversamento del Pacifico e la sua morte) diventa un’odissea fallimentare, un movimento verso il nulla: il potere perde senso, la religione diventa un ostacolo, la missione si trasforma in un’ossessione. Lo scontro tra culture, il viaggio come maledizione, la scia di lutto che segue gli uomini di Magellano sono resi con una lucidità quasi ipnotica – basti pensare alla sequenza in cui le madri attendono sulle spiagge portoghesi i figli che non rivedranno mai. Diaz immagina Magellano (interpretato da un sorprendente Gael García Bernal) come un uomo che perde progressivamente il controllo, schiavo delle sue stesse ossessioni (non troppo dissimile dall’Aguirre, furore di Dio di Herzog). La fotografia – firmata da Tort e Diaz – richiama la pittura rinascimentale, tra tableau vivant, chiaroscuro, colori smorzati. Il film evita la spettacolarizzazione della violenza, mostrando soprattutto gli esiti, non gli atti. L’inquadratura quadrata, i movimenti minimi e l’assenza quasi totale di musica rendono l’opera severa ma potentissima e tutto sommato accessibile (per quanto possano esserlo le opere del regista). Candidato filippino all’Oscar 2026 come miglior film internazionale.

Lascia un commento