
Nel suo notevole esordio, Akihiro Hata ci porta dentro un cantiere che promette il domani ma somiglia più a una zona d’ombra. Grand Ciel, nome altisonante per un quartiere “modello”, viene presentato come un progetto rivoluzionario, ecologico, pronto a creare migliaia di posti di lavoro. In realtà è un labirinto di corridoi bui, turni infiniti e vite sospese. Vincent, uno degli ultimi assunti, stringe i denti: quel lavoro precario è l’unica possibilità per smettere di vivere alla giornata e trovare finalmente una casa con Nour e il figlio di lei. Quando i suoi colleghi iniziano a sparire, il terreno sotto i piedi inizia davvero a tremare. Hata racconta tutto questo con uno sguardo duplice: i frammenti del realismo sociale di cui il cinema francese è maestro convivono con un’atmosfera quasi da incubo, dove gli operai sembrano figure destinate a dissolversi nell’oscurità. La differenza fra la luce sterile del quartiere ultramoderno e il buio oppressivo del cantiere è talmente netta da diventare un commento politico: ciò che è venduto come progresso poggia letteralmente su corpi che nessuno vede. Un esordio che non fa sconti e che, con stile e determinazione, trova un linguaggio nuovo per dire ciò che spesso preferiamo ignorare.