
A oggi, il miglior film del 2026.
Kirk Jones affronta la vicenda di John Davidson, attivista affetto dalla sindrome di Tourette, con una grazia inattesa, trasformando ciò che potrebbe sembrare l’ennesimo biopic edificante in un racconto attraversato da interferenze, scarti, improvvise fenditure che mettono in crisi l’intero apparato del “feelgood movie”.
I Swear non si accontenta di narrare la storia di un uomo con la Tourette: la utilizza come lente deformante per osservare le rigidità di una società che teme tutto ciò che sfugge al controllo, e per riflettere sul curioso paradosso di una patologia che scardina i codici della buona educazione mentre rivela, in filigrana, le nostre ipocrisie quotidiane.
Robert Aramayo offre un’interpretazione di sorprendente finezza, restituendo a John non solo l’imprevedibilità dei tic, ma soprattutto la sua compostezza ferita, la sua ostinazione nel restare umano in un mondo che lo guarda come un guasto. Jones accompagna questa figura con un respiro ampio, quasi romanziere: dall’adolescenza inflitta a colpi di punizioni scolastiche alle aggressioni adulte, dalle umiliazioni subite nei locali alla dolorosa incomprensione materna, ogni episodio diventa il tassello di una lenta emancipazione dallo stigma. Accanto a lui prendono corpo presenze affettuosamente sfumate – Maxine Peake come infermiera vigile e non sentimentale, Peter Mullan come argine morale – che completano il ritratto di un percorso accidentato ma tenace.
Il regista evita accuratamente l’insidia del pietismo, preferendo una messa in scena che sfiora il surreale: emblematico l’incontro di John con altri pazienti Tourette, un momento quasi musicale, liberatorio nella sua anarchia, in cui il disturbo diventa per un istante linguaggio condiviso. È in momenti come questo che I Swear svela la sua natura più profonda: non un film sulla “malattia”, ma un film sui modi in cui il corpo resiste all’addomesticamento, e su come l’irriverenza involontaria di John finisca per incrinare le nostre certezze più composte.
Il racconto non cerca allegorie salvifiche né diagnosi morali: si muove semmai in un territorio intermedio, dove la commozione non esclude la crudeltà del reale, e dove la comicità involontaria dei tic convive con la violenza di chi non tollera l’imprevedibile. Jones sembra suggerire che il vero scandalo non sia ciò che John grida, ma ciò che gli altri non osano dire. Perfino il celebre “scoppio” davanti alla regina – un tic che il film carica di un’ironia quasi shakespeariana – diventa il simbolo di una ribellione involontaria contro l’ordine rassicurante delle istituzioni.
Ne risulta un’opera ricca, calda, percorsa da un’irrequietezza che impedisce ogni consolazione. I Swear non redime nulla: osserva, accompagna, ascolta. Ed è proprio in questo gesto di attenzione radicale che trova il suo tono più vero.