DEAD MAN’S WIRE

Nel 1977, l’imprenditore fallito Tony Kiritsis prese in ostaggio il suo broker legandogli addosso un fucile con un “dead man’s wire”, un marchingegno che avrebbe fatto esplodere l’arma al minimo movimento. Van Sant parte da questo episodio e lo reinventa in chiave di grande racconto americano, seguendo l’eredità dei thriller politici anni ’70 (Dog Day Afternoon, Network, The Sugarland Express) senza mai limitarsi al citazionismo. Bill Skarsgård costruisce un Tony straordinariamente umano, un uomo mediocre convinto di essere un folk hero, un populista ante litteram che passa da illuminazioni improvvisate a deliri confusi, pronto a trasformare la sua rivalsa personale in un manifesto contro banche, speculazione e disuguaglianze, mentre attorno a lui cresce un circo mediatico senza precedenti. La messa in scena è sorprendente: costumi, scenografie e fotografia ricostruiscono gli Stati Uniti del ’77 con un’incredibile verosimiglianza e la sceneggiatura, firmata da un esordiente, conferisce al film una dimensione politica spontanea e mai programmatica. Van Sant firma un’opera che guarda al passato per parlare del presente, un film sul fallimento sistemico dell’America e sul fascino malsano delle narrazioni collettive.

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