
Anno 3000: Arco, dieci anni e la possibilità di viaggiare nel tempo, durante il suo primo test di volo perde il controllo della tuta e finisce catapultato nel 2075. Iris, che vede una scia luminosa cadere dal cielo, lo rintraccia e scopre che quel ragazzino smarrito arriva da un’altra epoca. Decisa ad aiutarlo, lo accompagna in un percorso tra guasti tecnologici e piccoli rischi, mentre i due imparano che ritrovare la propria strada significa prima di tutto capire chi si ha accanto…
Dopo lo splendido La piccola Amélie, Arco conferma l’ottimo stato di forma dell’animazione francese (entrambi sono candidati all’Oscar e non per caso). Superate le impressioni iniziali (il film inizia che più “Ghibli” non si può), ci si accorge che l’autore non vuole replicare modelli altrui: preferisce una linea narrativa più immediata e pop, pensata per spettatori giovani senza però scadere nella semplificazione. La scelta di forme essenziali per i personaggi ricorda semmai la tradizione pedagogica dell’animazione francese anni ’80, con quella leggerezza didascalica che affronta temi concreti — ecologia, tecnologia, convivenza — senza appesantire la storia. Il viaggio di Arco e dei suoi compagni diventa così un racconto di formazione che tocca la crescita, la responsabilità e il distacco, usando anche un classico gioco temporale per parlare di perdita e ricongiungimento. Colori saturi e guizzi visivi aiutano a smussare le rigidità nel movimento, mentre emergono con naturalezza i primi timidi moti del desiderio adolescenziale. Un film riuscito, quindi: un’avventura di fantascienza progettata per bambini e ragazzi che non rinuncia a un certo respiro autoriale. Un possibile ponte verso mondi narrativi più complessi, capace di giocare con immaginari diversi mantenendo un’identità propria.