MAN ON THE RUN

Ennesimo tassello della lunga auto-archeologia di Paul McCartney, ma costruito come un racconto più intimo che celebrativo. Il film non inventa nulla: pesca da scatoloni di filmati, cassette, fotografie, vecchie interviste. Eppure, nell’intreccio delle voci e dei materiali, emerge una storia che sembra raccontata per la prima volta: quella di un musicista che, chiuso il capitolo Beatles, tenta soprattutto di sopravvivere a ciò che quel nome significa. Il documentario segue McCartney dal momento in cui il gruppo implosa fino ai primi anni ’80, quando anche l’avventura dei Wings si spegne, poco dopo la morte di John Lennon. Neville allude ai fantasmi che legano i due ex compagni, ma non ne fa il centro del discorso. Nemmeno la famosa intervista di Paul, data poche ore dopo l’assassinio di Lennon e interpretata per decenni come indifferenza, viene sezionata: rimane lì, come una ferita che non si vuole toccare.
Quel che il film osserva con più attenzione è il dopo: McCartney che si ritira in Scozia, registra compulsivamente senza sapere bene dove stia andando, si reinventa marito, padre, dilettante felice. Mentre Lennon incendia la scena newyorkese con la sua militanza, Paul sceglie la via dell’anonimato domestico, del pop naïf, di strane apparizioni televisive, di copertine popolate da personaggi improbabili. Una fuga dal proprio mito, più che dal mondo.
I Wings diventano così l’estensione naturale di questa ricerca: un gruppo a geometria variabile dove l’unica costante, oltre a Paul, è Linda. La sua presenza, scambiata all’epoca per nepotismo o vezzo, si rivela invece il cuore di quel progetto: non una virtuosa della tastiera, ma un contrappeso umano. Neville ha il merito di far respirare quei materiali d’archivio, di trasformare la cronaca in racconto, soprattutto di restare in ascolto del volto di McCartney: un volto che porta insieme il bambino prodigio, l’uomo stanco e l’artista che, puntualmente, cerca di rimettere insieme i pezzi di sé.

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