
Gioia ha quasi cinquant’anni, vive con due genitori ingombranti – una madre inquisitoria, un padre svuotato dall’Alzheimer – e riempie il vuoto con la scuola, i libri e una devozione calcistica che sembra l’unico spazio di entusiasmo permesso. L’arrivo di Alessio, allievo disturbato e disturbante, spalanca un corridoio perverso: lui è un ragazzo sfruttato, sedotto dagli adulti e a sua volta manipolatore; lei una donna che non ha mai imparato a stare al mondo, facile preda di un sentimento inedito e pericoloso. Le due solitudini si riconoscono e collidono, creando una relazione impossibile che trabocca di bisogno e autodistruzione.
Gelormini non si concentra sulla ricostruzione del caso (il film è tratto dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento scritta da Gioia Salvatori e Giuliano Scarpinato, ispirato alla vera storia dell’insegnante Gloria Rosboch), ma sull’atmosfera: un’Italia smorta, di appartamenti claustrofobici e periferie senza speranza, dove nessuno ascolta nessuno. Le madri sono presenze corrosive, i padri fantasmi, il desiderio un campo minato. Il regista si muove con rigore formale, cesella dettagli sgradevoli, costruisce la tragedia come un processo lento e inevitabile. Non cede mai al sensazionalismo: l’atto centrale della storia resta fuori campo, mentre la vera violenza è quella quotidiana, silenziosa, fatta di egoismi, omissioni, piccole crudeltà.
Pur con alcuni manierismi e una cupezza che sfiora il compiaciuto, La Gioia è un film che colpisce per la compattezza dello sguardo: un viaggio nell’imbarazzo, nella fame d’affetto, nell’abisso in cui finiscono creature cresciute in ambienti privi di carezze e di linguaggio emotivo. Alla fine resta addosso un malessere difficile da scacciare, la sensazione che l’orrore germogli proprio dove ci si illude di essere al sicuro. Bravissimi Golino e Saul Nanni.