RESURRECTION

Che dire? Se David Lynch fosse vivo, lo amerebbe, e se fosse cinese, lo avrebbe girato lui.
Dietro la cinepresa c’è invece Bi Gan, che torna al lungometraggio dopo anni di silenzio e attraversa in poco meno di tre ore, la grammatica del Cinema stesso, attraversando un secolo di forme come se stesse sfogliando un atlante: un avvio muto con didascalie, poi le avanguardie, il noir, il melodramma anni Ottanta, un episodio spirituale ambientato in un tempio abbandonato, fino al segmento finale, datato 1999, che riprende il suo amato piano sequenza e pare quasi un omaggio postumo a Wong Kar-wai. Resurrection non è un film “a episodi”, ma un diagramma del Novecento riletto attraverso lo sguardo di chi considera il cinema una sorta di cronaca parallela dell’evoluzione del Paese (la Cina, in questo caso). Visivamente rappresenta uno dei più fulgidi esempi di magnificenza ammirati negli ultimi anni e ci ricorda di come le immagini sopravvivano ai loro tempi e come i tempi, a loro volta, rinascano nelle immagini.

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