L’ETRANGER

Dopo Visconti, che di porting cine-letterari ne sapeva, è Ozon a osare l’insosabile e portare sul grande schermo Lo straniero.
Come noto, poche righe di Camus bastano a spalancare un universo morale fatto di indifferenza, casualità e colpa. È forse proprio questa essenzialità tagliente a rendere quasi impossibile tradurre il romanzo in immagini senza scadere nell’illustrazione. Ozon sceglie scientemente la via della mimesi pedissequa: ogni snodo del libro viene replicato, dall’apatia di Meursault al suo legame asimmetrico con Marie, fino alla sabbia accecante e allo sparo fatale. A supportare questa scelta, aiuta un cast incredibile, scelto per lo più tra artisti già diretti dal regista: Benjamin Voisin, col suo volto d’altri tempi, è un pensoso Meursault, Rebecca Marder un’affascinante Marie Cardona, l’onnipresente Pierre Lottin è impeccabile come Raymond Sintès, ma i due colpi di genio sono la scelta di Swann Arlaud nel panni del prete e soprattutto di Denis Lavant, attore feticcio di Leos Carax, nei panni del cencioso Salamano, entrambi perfetti. La fotografia, elegantissima, di Manuel Dacosse acceca lo spettatore con un bianco nero di raro nitore e Ozon si prostra (giustamente) di fronte al romanzo, effettuando solo particellari cambiamenti senza tentare scorciatoie, né provare (per fortuna) a “modernizzarlo” a tutti i costi. Nel suo rigore quasi ascetico trova una forma di autenticità: un modo sobrio di guardare agli esclusi, agli invisibili, ai condannati di ieri e di oggi. E la scelta di accompagnare i titoli di coda con Killing an Arab dei Cure è un ultimo, chiaro richiamo al cuore pulsante del romanzo: la tragedia dell’assurdo, che ancora ci riguarda.

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