
Sound of Falling, secondo film della tedesca Mascha Schilinski, presentato a Cannes (dove ha vinto il Premio della Giuria) , è un’opera che si interroga su identità, memoria e sul significato nascosto dietro le cose visibili.
Il racconto attraversa tre epoche – primo Novecento, anni Settanta e presente – ma resta ancorato allo stesso luogo: una grande casa di campagna nel nord della Germania. Attorno a questo spazio si susseguono generazioni di bambine e donne – Alma, Angelika, Nelly e altre figure femminili – che sembrano riflettersi l’una nell’altra. La storia non procede in modo lineare: immagini, ricordi e presagi si intrecciano in un flusso inquieto dove infanzia, storia familiare e morte convivono.
Schilinski costruisce così un film visionario e frammentato, più interessato alle sensazioni che alla trama (e non privo di una certa ripetitività narrativa e tematica). La regia alterna piani lunghi, immagini distorte e atmosfere da racconto gotico, mostrando senza filtri la fragilità dei corpi e la violenza implicita nel vivere. Il risultato richiama un certo cinema d’autore europeo – da Bergman a Tarkovskij fino a Haneke – per ambizione e radicalità.
Troppo lunga la durata: oltre due ore e mezza rallentano il ritmo. Nonostante questo, Sound of Falling rimane un film potente e disturbante, capace di trasformare memoria, paura e perdita in un’esperienza cinematografica intensa e poco consolatoria.