
Il maggior incasso della storia del cinema giapponese per un live action, candidato all’Oscar come miglior film internazionale, 3 ore di durata: Kokuho è un’esperienza faticosa ma illuminante.
Adattamento del romanzo di Shuichi Yoshida diretto da Sang-il Lee, attraversa mezzo secolo di storia giapponese seguendo il mondo elitario del kabuki. Il film racconta l’ascesa di due giovani attori: uno erede naturale della tradizione teatrale, l’altro un “intruso” deciso a conquistarla con ostinazione. La vicenda mescola melodramma dietro le quinte, rivalità familiare e formazione artistica, sostenuta dalle interpretazioni intense dei bravissimi Ryo Yoshizawa e Ryusei Yokohama. Al centro del racconto c’è la figura degli onnagata, gli attori maschi specializzati nei ruoli femminili. Il film non mette in discussione questa tradizione, ma osserva piuttosto il prezzo personale richiesto da un’arte che pretende dedizione assoluta.
La storia comincia negli anni Sessanta con il giovane Kikuo, figlio di uno yakuza che, dopo la morte del padre, viene accolto in una prestigiosa famiglia di attori kabuki guidata dal maestro Hanjiro (Ken Watanabe). Qui cresce insieme al figlio del maestro, Shunsuke: tra i due nasce un rapporto fatto di competizione, ammirazione e dipendenza reciproca. Da adulti, diventati celebri interpreti onnagata, il loro legame si incrina quando emergono differenze di talento, ambizione e visione della carriera.
Lee costruisce un film visivamente sontuoso: scenografie teatrali elaborate, costumi spettacolari e una fotografia che esalta la dimensione rituale del kabuki. Anche la colonna sonora accompagna l’intensità melodrammatica della storia, mentre il montaggio alterna vita privata e performance sceniche, mostrando come i personaggi si definiscano attraverso l’arte. Nella seconda parte la narrazione diventa più irregolare e alcuni sviluppi risultano bruschi, ma la forza delle interpretazioni mantiene viva la tensione. Yoshizawa dà vita a un protagonista enigmatico e ossessivamente devoto alla scena, mentre Yokohama tratteggia con sensibilità l’insicurezza di un artista che teme di non essere all’altezza.
Più che un semplice dramma teatrale, Kokuho è un racconto sull’identità artistica e sul sacrificio che essa richiede. Tra rivalità, ambizione e devozione alla scena, il film mostra come l’arte possa diventare insieme destino, ossessione e unica forma possibile di immortalità.