BARRY LYNDON

«Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali».
Torna in sala con una brillante versione 4K, l’ennesimo capolavoro di Kubrick (pregasi notare l’abisso che separa quest’opera, nemmeno premiata nel 1976, dai film candidati all’Oscar quest’anno), che ragiona sulla Morte e sul Tempo, raccontando vite e vicissitudini del protagonista, Redmond Barry.
Il vero protagonista del film, a ben vedere, non è nemmeno Barry Lyndon, ma il Tempo stesso: un Settecento pre-rivoluzionario, immobile e destinato a dissolversi. Tutto appare magnifico — le battaglie, i paesaggi, le feste aristocratiche — ma quella bellezza funziona come una maschera che copre la decadenza morale e sociale dell’epoca, proprio come il trucco pesante che nel XVIII secolo serviva a nascondere le imperfezioni del volto. Kubrick ambienta la vicenda nel 1789, alla vigilia della Rivoluzione francese, una scelta significativa che differisce dal finale del romanzo, collocato in epoca napoleonica. In questo modo il regista suggerisce che i personaggi appartengono già a un mondo destinato a scomparire. L’estetica del film richiama esplicitamente i dipinti di artisti come Gainsborough, Hogarth o Watteau, mentre l’illuminazione e le composizioni visive trasformano ogni scena in un quadro. Anche la colonna sonora, con brani di Händel, Schubert, Mozart e altri compositori del periodo, contribuisce a evocare il ritmo di quel mondo. Alla fine di tutti gli intrighi, gli affanni, le guerre, le conquiste e le relazioni col prossimo, resta solo la Morte: al di là delle ambizioni e delle lotte individuali, il Tempo finisce sempre per cancellare ogni differenza umana.

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