
Dieci anni fa, il Regno Unito mandò agli Oscar un horror persiano, ambientato nella Teheran del 1988, durante la guerra con l’Iraq, che racconta la storia Shideh, donna segnata dall’espulsione dall’università e dall’assenza del marito al fronte, costretta a restare sola con la figlia mentre la realtà attorno a lei si sgretola tra bombardamenti e repressione.
Babak Anvari, allora esordiente, fonde l’horror con un ritratto cupo e soffocante dell’Iran post-rivoluzionario e non si limita a replicare i meccanismi dello scary movie, ma li rielabora trasformandoli in strumenti espressivi: la paura non è soltanto costruita attraverso suspense e tensione, ma diventa una metafora concreta della violenza politica e della perdita di ogni possibilità di fuga. L’entità soprannaturale del jinn (entità soprannaturali della tradizione araba e islamica, creati da “fuoco senza fumo”, invisibili all’uomo e dotati di libero arbitrio), mutevole e inafferrabile, incarna proprio questa oppressione, nutrendosi della disperazione e insinuandosi negli spazi domestici così come nella psiche dei personaggi. L’orrore non è quindi solo soprannaturale, ma profondamente storico: coincide con la guerra, con la repressione politica, con la condizione delle donne e degli intellettuali nell’Iran di quegli anni.
Il jinn finisce così per assumere un valore più ampio, diventando la materializzazione di una tragedia collettiva, un’ombra che attraversa la storia del paese e ne segna il destino. In questo modo, Under the Shadow riesce a essere al tempo stesso un film di genere teso ed efficace e una riflessione dolorosa su un contesto storico e culturale, inserendosi in un più ampio discorso cinematografico che continua a interrogare, da prospettive diverse, la realtà iraniana.