THE LOVE THAT REMAINS

Dopo l’incredibile Godland, Hlynur Pálmason conferma la propria natura di autore irrequieto e mutevole con The Love That Remains, presentato a Cannes e candidato all’Oscar 2026, un film che abbandona l’epica di Godland per abbracciare un tono più intimo, discreto e raccolto. Ancora una volta l’Islanda è il cuore visivo e simbolico del racconto: una terra aspra e affascinante che il regista osserva con attenzione quasi affettiva. Al centro c’è una famiglia che vive isolata in una fattoria: Anna e Magnus, insieme ai loro tre figli, attraversano la fine di una relazione che non esplode mai in conflitto aperto ma si consuma lentamente, nel tempo. Lui, spesso lontano per lavoro come pescatore, cerca un riavvicinamento; lei, radicata alla terra e alla propria pratica artistica, sembra aver già accettato la separazione. Il film segue le trasformazioni di questo equilibrio fragile lungo il ciclo delle stagioni. La narrazione rifiuta ogni evento eclatante e si costruisce invece su piccoli gesti, incidenti quotidiani, frammenti di vita. Pálmason adotta uno stile vicino al documentario — soprattutto nelle sequenze in mare — ma lo alterna a momenti più visionari, quasi onirici, che aprono squarci poetici dentro una materia altrimenti concreta. Il risultato è un racconto frammentario, fatto di episodi e deviazioni, in cui il centro sembra continuamente spostarsi. Pálmason costruisce un film profondamente umanista, attraversato da una dolcezza sincera e da un desiderio di ricomposizione, un cinema libero, personale, quasi artigianale — e proprio per questo, amabilmente contemplativo.

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