
Valido esempio di fantascienza umanista, PHM rilegge una struttura ormai familiare — minaccia globale, viaggio nello spazio, incontro con l’ignoto — senza negarne la natura derivativa, ma lavorando sul modo in cui viene raccontata. Al centro c’è Ryland Grace, insegnante di scienze tutt’altro che eroico, catapultato in una missione disperata: una figura fragile, contraddittoria, lontana dai modelli tradizionali del genere. È proprio attraverso questa debolezza che il racconto trova una nuova direzione. Ryan Gosling, con la sua presenza atipica rispetto all’eroe classico, costruisce un personaggio più umano che epico, evitando qualsiasi retorica di riscatto muscolare. La sceneggiatura, pur con qualche eccesso e una durata talvolta dilatata, riesce a dare spessore sia al protagonista sia alla sua controparte aliena, in una relazione che diventa il vero cuore del film. Più che gli effetti visivi — comunque notevoli — a colpire è infatti il versante psicologico: il viaggio nello spazio si riflette in un’esplorazione interiore, dove il confronto con l’altro diventa occasione di riconoscimento di sé. Nel solco del cinema di Lord e Miller, il tono alterna leggerezza, ironia e momenti emotivi, costruendo un racconto accessibile ma non superficiale. Ne emerge un buddy movie in cui la salvezza non è individuale ma condivisa, fondata su comunicazione, empatia e cura. Un approccio umanista che, pur dentro i codici dello spettacolo mainstream, prova a spostarne il senso verso qualcosa di più intimo e contemporaneo.