
Nel suo meraviglioso film d’esordio, Hasan Hadi racconta la dittatura irachena scegliendo uno sguardo laterale e profondamente umano: quello di Lamia, una bambina costretta a mettersi in viaggio per preparare una torta destinata al compleanno di Saddam Hussein. Un compito assurdo, ma imposto come obbligo, che diventa il segno concreto di un potere capace di insinuarsi persino nei gesti più quotidiani.
Attraverso questo viaggio, tra miseria, sanzioni e paura, il film mostra come la violenza del regime non si manifesti solo nella repressione, ma nella trasformazione del quotidiano in un continuo esercizio di obbedienza. La ricerca di ingredienti introvabili si intreccia così con un percorso di formazione precoce, in cui ogni incontro rivela un mondo segnato dalla sopravvivenza, dal compromesso e da una diffusa rassegnazione. Lamia non è mai ridotta a simbolo: resta una presenza concreta, lucida, costretta a negoziare la propria infanzia con una realtà che la spinge a crescere troppo in fretta. Accanto a lei, altri bambini e adulti compongono un mosaico umano fragile e contraddittorio, in cui la solidarietà è rara e spesso contaminata dalla necessità (e dalla prevaricazione).
Lo stile del film, sospeso tra realismo e suggestioni quasi fiabesche, evita sia la retorica sia l’allegoria esplicita. La messa in scena restituisce con sensibilità i luoghi e le atmosfere, senza trasformare la bellezza in compensazione estetica del dolore, ma lasciando che convivano tensione e fragilità. Un’opera intensa e misurata, capace di raccontare l’infanzia non come idea astratta, ma come spazio vulnerabile esposto direttamente alla violenza della Storia. Fantastico il cast, di non professionisti, ragazzini in primis. Candidato dell’Iraq a miglior film internazionale agli Oscar 2026, vincitore della Caméra d’or e del Premio del Pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2025.