PORTOBELLO

Marco Bellocchio non sbaglia un colpo e costruisce un’opera potente e lucidissima, capace di restituire non solo la tragedia personale di Tortora, ma anche il ritratto di un Paese incapace di riconoscere i propri errori. Al centro c’è l’interpretazione di Fabrizio Gifuni, che non imita ma incarna profondamente la figura di Tortora: un uomo elegante e razionale, progressivamente schiacciato da un sistema che lo trasforma da volto amato della televisione a bersaglio pubblico. Le accuse nascono da testimonianze inattendibili e coincidenze assurde, ma bastano a costruire un impianto giudiziario che procede senza dubbi, sostenuto anche da un giornalismo più interessato allo scandalo che alla verità. La serie mostra così un meccanismo collettivo in cui istituzioni, media e opinione pubblica partecipano alla distruzione di un innocente, evidenziando come l’assenza di potere e protezioni renda Tortora particolarmente vulnerabile. Solo poche figure isolate provano a difenderlo, mentre la maggioranza sceglie il silenzio o si accoda alla condanna.
Bellocchio mette in scena questa storia come una sorta di teatro dell’assurdo, dove il processo assume i contorni di una farsa tragica e grottesca, tra testimonianze deliranti e ruoli recitati come su un palcoscenico. Elementi simbolici e momenti surreali si intrecciano alla ricostruzione realistica, rafforzando l’idea di un sistema che ha smarrito ogni contatto con la verità.
Il risultato è un racconto intenso e stratificato, che alterna indignazione, dolore e momenti di amara ironia, fino a restituire il senso di una violenza collettiva esercitata contro un singolo individuo. Più che una semplice ricostruzione storica, la serie diventa così una riflessione sulla memoria e sulla responsabilità, ricordando quanto sia pericoloso dimenticare e quanto il passato continui a parlare al presente.

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