UN POETA

Oscar Restrepo è un uomo che ha trasformato il proprio fallimento in identità: un poeta che vive più del mito di sé che della poesia stessa, aggrappato a un passato che usa come giustificazione per una vita fatta di frustrazione, alcol e relazioni logorate. Il film lo segue proprio nel momento in cui la vocazione smette di essere promessa e diventa una forma di autoinganno, mostrando una figura tutt’altro che romantica, incapace di accettare i propri limiti e sempre convinta di meritare di più. L’incontro con la giovane Yurlady, talentuosa e segnata da una precarietà reale, mette a nudo questa illusione. Quello che potrebbe sembrare un rapporto di guida si rivela invece una dinamica di appropriazione: Oscar vede in lei un’occasione per riscattare se stesso, finendo per esercitare un controllo ambiguo e soffocante. Il film costruisce così un ritratto duro e ravvicinato, sostenuto da uno stile visivo grezzo e aderente, che costringe lo spettatore a restare accanto al protagonista senza offrirgli appigli di empatia facile. Oscar appare insieme ridicolo e doloroso, intrappolato in un narcisismo che lo rende incapace di amare davvero, come emerge con particolare forza nel rapporto con la figlia, ma è circondato da un’umanità altrettanto disgustosa e ripugnante (i “colleghi” poeti, la famiglia della ragazza, difficile trovare un personaggio “sano”, figlia a parte). Alla fine, il titolo stesso si svuota di ogni aura: essere “un poeta” non significa elevazione o salvezza, ma può coincidere con una forma di autoillusione. Il talento non redime, non migliora, non protegge. Resta solo una possibilità, fragile e incerta, di cambiamento, che il film lascia sospesa senza offrire consolazioni: perché per Oscar, forse, l’unico vero passo avanti sarebbe accettare di non essere mai stato all’altezza della storia che racconta a se stesso.

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