
Tommy è un ragazzo violento e autodistruttivo che vive senza limiti né responsabilità, fino a quando una notte viene rapito e rinchiuso in una villa isolata da una famiglia che decide di “rieducarlo”. Da quel momento, quella che sembra una punizione brutale si trasforma in un esperimento disturbante: attraverso disciplina, controllo e umiliazione, il ragazzo viene lentamente spinto verso un’apparente normalizzazione…
Sempre interessante, il cinema di Komasa (The Hater, Corpus Christi), costruisce il racconto in modo manipolatorio, facendo inizialmente respingere il protagonista per poi insinuare il dubbio che quella violenza correttiva possa funzionare. Tommy cambia, legge, riflette, sembra migliorare, ma questo processo rivela presto un sistema inquietante, in cui la famiglia agisce come una sorta di Stato privato, imponendo regole e punizioni in nome dell’ordine.
Il film resta sempre in bilico tra realismo e distopia, evocando modelli come Arancia meccanica senza mai trasformarsi del tutto in fantascienza, ma mantenendo un tono di cinema sociale esasperato. Progressivamente emergono anche le origini di Tommy e le contraddizioni del mondo da cui proviene, mentre il racconto si apre a interrogativi più ampi: è meglio una libertà distruttiva o un ordine imposto con la forza? E fino a che punto la società può spingersi per “correggere” l’individuo? Finale inaspettato e illuminante.