FAVOLACCE

L’inizio ha una forma quasi fiabesca: una voce narrante racconta di aver trovato il diario di una ragazzina e di aver deciso di proseguirlo. Ma questa promessa di racconto viene subito incrinata, perché ciò che segue è una storia che si dichiara insieme vera e falsa, e che gioca apertamente con le aspettative dello spettatore. A differenza dell’esordio, più radicato in un realismo riconoscibile, qui i registi si muovono in un territorio più deformato, dove la realtà è solo punto di partenza.
L’ambientazione — la periferia romana di Spinaceto — perde qualsiasi specificità: diventa uno spazio anonimo, quasi irreale, fatto di villette ordinate che nascondono esistenze disordinate e frustrate. In questo microcosmo si muovono famiglie segnate da insoddisfazione, invidia e incapacità di comprendersi, mentre i figli diventano l’unico appiglio, più come proiezione che come reale possibilità di riscatto.
La narrazione procede per frammenti, seguendo diversi personaggi nell’arco di alcuni mesi: bambini modello, adolescenti inquieti, situazioni al limite del grottesco. Episodi apparentemente scollegati costruiscono un quadro coerente proprio nella sua dispersione, dove il disagio emerge senza bisogno di spiegazioni.
Il tono mescola registri diversi: da un lato il grottesco, che deforma situazioni e comportamenti; dall’altro una tragicità mai attenuata, che rende ancora più disturbante ciò che accade. Le influenze sembrano molteplici — dal cinema americano degli anni Settanta alla commedia italiana più corrosiva — ma vengono assorbite in uno stile personale, capace di essere insieme elegante e crudele.
Al centro resta una visione radicale dell’umano: i personaggi non sono tipi sociali da analizzare, ma individui colti nella loro miseria emotiva, tra volgarità, violenza e frustrazione. Il film rifiuta qualsiasi intento pedagogico e, al contrario, mette in crisi lo sguardo dello spettatore, costringendolo a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni.
In questo universo non esiste vera via di fuga: si può lasciare il quartiere, ma non ciò che rappresenta. Rimane solo un senso diffuso di inquietudine, l’incapacità di trovare riposo, e il rifugio passivo in una realtà mediata — come quella televisiva — che trasmette il dolore degli altri, rendendolo quasi familiare.

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