
Con Gagarine, i registi Fanny Liatard e Jérémy Trouilh si confrontano con un ambiente spesso raccontato dal cinema francese attraverso il realismo sociale più duro, scegliendo però una prospettiva sorprendentemente diversa. Pur ambientato in una periferia segnata dal degrado, dalla marginalità e dall’abbandono istituzionale, il film rinuncia alla rabbia e al naturalismo esasperato per abbracciare una dimensione poetica che guarda alla fantasia come forma di resistenza.
Il cuore dell’opera è la Cité Gagarine, storico complesso residenziale della periferia parigina realmente demolito nel 2019. Più che un semplice luogo, il quartiere diventa un simbolo di memoria collettiva e appartenenza. Attraverso la sua progressiva scomparsa, il film riflette sul significato della casa e sul trauma che accompagna la perdita di uno spazio capace di custodire identità, relazioni e ricordi.
Il giovane Youri incarna perfettamente questo legame. Appassionato di astronomia e profondamente affezionato al quartiere in cui è cresciuto, il ragazzo osserva la demolizione imminente come una minaccia non soltanto materiale, ma esistenziale. La sua ostinazione nel voler salvare l’edificio assume progressivamente il valore di una battaglia contro l’oblio e contro la cancellazione di una comunità intera.
Uno degli aspetti più riusciti del film è proprio l’equilibrio tra realismo e immaginazione. Se da un lato vengono mostrati i problemi concreti della periferia – edifici fatiscenti, isolamento sociale e precarietà –, dall’altro la narrazione si apre gradualmente a una dimensione quasi fiabesca. L’appartamento abbandonato che Youri trasforma in una navicella spaziale diventa il simbolo di una fuga possibile, non dalla realtà, ma dalla sua apparente inevitabilità.
L’immaginario cosmico attraversa tutto il film e trova le proprie radici nella figura di Yuri Gagarin, a cui il complesso residenziale era dedicato. Lo spazio rappresenta un sogno di emancipazione, una promessa di futuro che contrasta con il progressivo declino del quartiere. In questo senso Gagarine racconta soprattutto la capacità dell’immaginazione di sopravvivere anche nei contesti più difficili.
Visivamente il film costruisce immagini di grande suggestione, alternando osservazione documentaristica e momenti di autentico stupore. Alcune sequenze sembrano evocare la meraviglia infantile di Steven Spielberg, mentre il racconto mantiene sempre una forte attenzione alla dimensione umana e comunitaria dei suoi personaggi.
Il risultato è un’opera insolita nel panorama del cinema sulle banlieue francesi: un film che non nega le difficoltà sociali ma sceglie di raccontarle attraverso la speranza, la fantasia e la capacità di sognare. Gagarine diventa così una malinconica elegia per un luogo destinato a scomparire e, al tempo stesso, una celebrazione della forza dell’immaginazione come ultimo spazio di libertà.