THE THIRD MURDER

The Third Murder segna una svolta interessante nella filmografia di Hirokazu Kore-eda, che abbandona temporaneamente il dramma familiare puro per confrontarsi con il film processuale. Il film utilizza la struttura del legal drama per riflettere su temi molto più ampi: la natura della verità, i limiti della giustizia e il peso delle responsabilità familiari. La vicenda ruota attorno all’avvocato Shigemori, incaricato di difendere Misumi, un uomo accusato di omicidio che sembra cambiare continuamente versione dei fatti. Man mano che il processo procede, le certezze si sgretolano: nessuno appare davvero affidabile e la ricerca della verità assoluta si rivela impossibile. Come in Rashomon, ogni testimonianza genera nuove interpretazioni e ogni ricostruzione sembra valida quanto la precedente. Kore-eda sfrutta il contesto giudiziario per interrogarsi sui paradossi del sistema legale: fino a che punto un avvocato può difendere qualcuno che ritiene colpevole? La verità processuale coincide davvero con la realtà? E una condanna rappresenta giustizia o semplicemente un compromesso umano inevitabilmente imperfetto? Attraverso il confronto tra Shigemori, il suo cliente e il padre giudice ormai in pensione, il film affronta anche temi come il libero arbitrio, il determinismo sociale e la responsabilità morale delle istituzioni. Pur muovendosi nei territori del thriller giudiziario, The Third Murder resta profondamente coerente con il cinema di Kore-eda. Al centro emergono ancora una volta i rapporti tra genitori e figli, le assenze che segnano le famiglie e i traumi che continuano a produrre effetti nel tempo. L’omicidio diventa così meno importante delle conseguenze che genera nelle vite delle persone coinvolte. Visivamente il film è dominato da un’atmosfera fredda e contemplativa, evocata anche dai paesaggi innevati dell’Hokkaido e dalla metafora dei ciliegi che fioriscono tardi: simbolo della fragilità dell’esistenza, della sua impermanenza e della ciclicità dei traumi umani. Ancora una volta Kore-eda non è interessato tanto all’evento drammatico in sé quanto alle sue conseguenze, a ciò che precede e segue la tempesta. Il risultato è un’opera elegante e stratificata che utilizza il genere giudiziario per tornare alle ossessioni più profonde del regista: la memoria, la famiglia, la colpa e l’impossibilità di raggiungere una verità definitiva.

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