VORTEX

Con Vortex, Gaspar Noé compie una delle svolte più sorprendenti della propria carriera. Dopo anni trascorsi a esplorare la violenza, il sesso e gli stati alterati della coscienza attraverso opere estreme come Irreversible, Enter the Void e Climax, il regista concentra il proprio sguardo sulla vecchiaia, sulla malattia e sull’inesorabile avvicinarsi della morte. Il risultato è probabilmente il suo film più doloroso, non perché mostri qualcosa di scioccante, ma perché affronta una realtà che nessuno può evitare. Al centro della storia troviamo una coppia anziana interpretata da Dario Argento e Françoise Lebrun. Lei è affetta da demenza, lui soffre di gravi problemi cardiaci. Entrambi cercano di preservare frammenti di autonomia all’interno di un appartamento parigino ingombro di libri, oggetti e ricordi, uno spazio che diventa quasi la materializzazione fisica delle loro vite. Noé osserva la loro quotidianità senza alcuna concessione al sentimentalismo, seguendoli nei piccoli gesti ripetuti, nelle dimenticanze, nelle difficoltà sempre più evidenti che scandiscono il lento deterioramento dei loro corpi e delle loro menti. La scelta formale più radicale è il costante utilizzo dello split screen. Per gran parte del film lo schermo rimane diviso in due inquadrature parallele, una per ciascun coniuge. È una soluzione apparentemente semplice ma estremamente efficace: i protagonisti condividono lo stesso spazio e la stessa esistenza, eppure sono progressivamente separati dalla malattia, dall’invecchiamento e da una solitudine che nessun amore può completamente annullare. La linea che divide l’immagine assume così un valore simbolico potentissimo, trasformandosi nella rappresentazione visiva di una distanza destinata ad allargarsi fino alla fine. Come spesso accade nel cinema di Noé, l’esperienza dello spettatore è volutamente scomoda. Non ci sono colpi di scena o esplosioni emotive liberatorie. Il regista insiste ostinatamente sui dettagli più banali e angoscianti della decadenza fisica: una dimenticanza domestica, una caduta, una porta lasciata aperta, un colpo di tosse che sembra non finire mai. È proprio questa accumulazione di piccoli incidenti quotidiani a generare un senso di inquietudine profonda, molto più destabilizzante di qualsiasi shock visivo presente nei suoi lavori precedenti. Eppure, dietro il pessimismo che attraversa l’intero racconto, emerge anche una forma di tenerezza inattesa. Le interpretazioni di Argento e Lebrun evitano qualsiasi artificio drammatico e restituiscono una straordinaria autenticità ai personaggi. Il loro rapporto continua a esistere anche quando le parole diventano insufficienti, trasformando Vortex in una riflessione sul legame affettivo come ultimo baluardo contro la dissoluzione dell’identità. Più che un film sulla demenza, Vortex è una meditazione sulla fragilità dell’esistenza e sulla progressiva perdita di controllo che accompagna la vecchiaia. Noé abbandona le provocazioni più evidenti del suo cinema senza rinunciare alla sua consueta radicalità, sostituendo lo shock con qualcosa di forse ancora più disturbante: l’osservazione lucida e implacabile di un destino che riguarda tutti. Il risultato è un’opera austera, dolorosa e profondamente umana, capace di trasformare la fine della vita in uno dei più autentici horror esistenziali del cinema contemporaneo.

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