BLONDE

Con Blonde, Andrew Dominik realizza uno dei film più radicali e controversi degli ultimi anni, scegliendo deliberatamente di allontanarsi dal biopic tradizionale per costruire un’opera che assomiglia molto più a un incubo psicologico che a una ricostruzione storica. Ispirato al romanzo di Joyce Carol Oates, il film non cerca di raccontare chi fosse realmente Marilyn Monroe, ma di esplorare il processo attraverso cui Norma Jeane è stata trasformata in un’immagine destinata a sopravvivere alla persona che l’ha generata. Dominik affronta il mito di Marilyn partendo da un presupposto preciso: la verità biografica è secondaria rispetto alla forza dell’immaginario. Per questo motivo Blonde rinuncia quasi completamente alla dimensione documentaria e si immerge in una realtà deformata, in cui ricordi, traumi, fantasie e percezioni si sovrappongono continuamente. La protagonista non viene mai osservata come individuo pienamente definito, ma come una figura in costante dissoluzione, schiacciata tra ciò che è stata e ciò che il mondo ha voluto vedere in lei. Il film racconta infatti la progressiva scomparsa di Norma Jeane e la nascita di qualcosa di diverso da Marilyn Monroe stessa. Non si tratta semplicemente della costruzione di una celebrità, ma della creazione di un’entità autonoma, quasi spettrale, che sfugge al controllo della persona reale. Il titolo Blonde assume così un significato profondo: non indica più una donna precisa, ma un’immagine, un simulacro, una fantasia collettiva alimentata dal desiderio del pubblico e dall’industria dello spettacolo. Visivamente Dominik costruisce un’esperienza soffocante e spesso disturbante. Il continuo alternarsi di bianco e nero e colore, le deformazioni percettive, le improvvise rotture narrative e le immagini volutamente sgradevoli contribuiscono a trasformare il film in un viaggio dentro una mente traumatizzata. Più che alla tradizione del biopic hollywoodiano, Blonde guarda apertamente al cinema di David Lynch e in particolare a Mulholland Drive, condividendone la natura onirica e la riflessione sul rapporto tra Hollywood, identità e fantasmi. Al centro del racconto emerge anche una critica feroce alla cultura patriarcale che ha contribuito alla costruzione del mito Monroe. Nel film gli uomini non appaiono come singoli responsabili facilmente identificabili, ma come manifestazioni di un sistema più ampio che riduce costantemente la protagonista a oggetto del desiderio e dello sguardo altrui. La vera forza distruttiva non è una persona specifica, ma una cultura incapace di riconoscere l’identità femminile al di là della sua immagine pubblica. Fondamentale è la straordinaria interpretazione di Ana de Armas, chiamata non tanto a imitare Marilyn Monroe quanto a incarnare il processo della sua dissoluzione. Il film non pretende mai che lo spettatore creda di trovarsi davanti alla vera Monroe; al contrario, insiste continuamente sulla natura artificiale e costruita delle immagini, trasformando la protagonista in un simbolo mutevole e sfuggente. Blonde è quindi un’opera che divide inevitabilmente. Chi cerca una ricostruzione psicologica o storica della vita di Marilyn Monroe potrebbe trovarla frustrante o addirittura respingente. Dominik è interessato a qualcosa di diverso: mostrare il lato oscuro del desiderio collettivo e il modo in cui le immagini possono divorare le persone che rappresentano. Ne nasce un film estremo, spesso sgradevole, ma anche profondamente ambizioso, che utilizza la figura di Marilyn per interrogarsi sul rapporto tra cinema, morte, celebrità e ossessione. Più che raccontare una donna, Blonde racconta il mostro che nasce quando un essere umano viene trasformato in mito.

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