
Dal punto di vista stilistico, il film adotta una rilettura contemporanea del costume drama, accostabile per certi aspetti a Marie Antoinette o a Miss Marx, soprattutto nell’uso di musiche anacronistiche e in una sensibilità più moderna verso il personaggio. Sul piano tematico, invece, richiama Spencer, nel ritratto di una figura femminile schiacciata dal proprio ruolo pubblico.
La prima parte del film procede in modo piuttosto lineare, mettendo in scena il disagio della protagonista all’interno delle rigidità di corte. È nella seconda che emerge un tentativo di rottura: piccoli gesti di ribellione — come il taglio dei capelli — e la ricerca di spazi alternativi, pur sempre limitati e ambigui, segnano un desiderio di emancipazione che resta però incompleto.
Più che nella trama, la forza del film risiede nei rapporti: quello con il marito Francesco Giuseppe I d’Austria, fatto di distanza e convenzioni; quello con la figlia Valeria, che rifiuta la sua visione del mondo; e quello con il figlio Rodolfo, unico vero punto di contatto emotivo. In queste relazioni si riflette il conflitto tra immagine e identità, tra ciò che Elisabetta rappresenta e ciò che vorrebbe essere.
Il risultato è un film interessante, a volte un po’ retorico e prevedibile, ma esaltato dalla performance eccelsa di Vicky Krieps e da una scelta musicale particolarmente creativa. L’Austria lo manda agli Oscar come miglior film straniero.
Un pensiero su “CORSAGE”