FOGLIE AL VENTO

Kaurismaki o “della sintesi”. Al, lui sì, vero “Maestro”, bastano 80 minuti e una manciata di sequenze perfette per raccontare una storia di solitudine, redenzione e speranza. Chapliniano nelle forme e nei contenuti, Foglie al Vento racconta l’incontro di due “perdenti” contestualizzandolo in un’epoca apparentemente a-temporale, senza device tecnologici o social, dove l’unico richiamo all’oggi è una radio che racconta la guerra in Ucraina (che, immagino, un finlandese viva con una preoccupazione maggiore rispetto a chiunque altro, ucraini esclusi). Pochi flash bastano a irridere il consumismo sfrenato (la carne accumulata), la deresponsabilizzazione degli individui (la guardia giurata), la precarietà dell’esistenza (i bar squallidi con nomi esotici, il piatto buttato dopo la cena). Musiche incredibili.
Sperare è necessario, ma è sufficiente?
Visione imprescindibile e ulteriore conferma che in questo momento storico cinema europeo e orientale —> tutto il resto.

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